Time is out of joint

C0C83B83-ACFA-4B42-A449-65491E5F1748.jpeg

Dopo aver visitato la Galleria di arte moderna e contemporanea di Roma, l’amletiana frase del titolo mi affascina più della famosissima “To be or not to be, that is the question” Spiegare tutto attraverso una linea temporale o logica predeterminata non mi ha mai convinto. Mi ha convinto invece l’esposizione del museo, ariosa, luminosa e non dispersiva con opere che non mi aspettavo.

Advertisements

Oggi giornata dell’andare a lavoro in bici

4332B60A-7C28-490D-ADCA-A8B596D38117.jpeg

Sto raccogliendo rottami, li metto a posto ma non ho poi il coraggio di venderli. Non dico quante bici ho…. purtroppo il lavoro dista 40 km… mi piacerebbe andarci in bici … ma farsi 80km su strade trafficate non è il massimo

La stazione

Una giornata uggiosa piove di stravento.

Fuori il freddo umido e grigio che ti penetra nelle ossa. Appoggiato sul letto in un sabato pomeriggio s’addormentò senza accorgersene passando dalla veglia al sonno.

Nel buio del sonno profondo, aveva percepito un muro di silenzio così assoluto quale solo nei sogni accade di sentire. Si era ritrovato improvvisamente su una banchina di una vecchia linea ferroviaria che gli ricordava quella che da adolescente percorreva  per andare a scuola. Non c’era nessuno. Le erbacce crescevano tra le pietre del bordo e le piastrelle che sembravano in asfalto pressato, in più punti erano rialzate; in altri consunte  ed affossate. L’acqua di un recente temporale ristagnava. Anch’essa immobile. Anche i sassi della massicciata vedevano crescere delle erbacce. Le traversine erano ancora quelle vecchie in legno che avevano il caratteristico odore di impregnante. Si sarebbe potuto immaginare a prima vista che la linea fosse dismessa ma guardando i  binari si vedeva come la parte superiore fosse lucida il che indicava che i treni di lì passavano ancora. Attorno una folta vegetazione nascondeva il paesaggio più vicino. Dietro si intravvedevano verdi montagne. Si girò verso la piccola stazione di montagna con il tetto spiovente. Attraversò i binari e si avviò verso l’entrata. All’interno la parete vetrata che una volta era quella della biglietteria era chiusa. Il vetro era stato sostituito da un grande pannello di faesite, dove centinaia di grafomani avevano lasciato il segno. Ma non erano le solite scritte di innamorati o di sconce filastrocche, ma molte volevano testimoniare un passaggio. Ad esempio una diceva: “Sono Vincenzo, impiegato. E la prossima volta mi devo ricordare che sono passato di qui” La sala d’aspetto era buia perché prendeva luce solo dalla entrata e dalla uscita. Uscì verso la strada ma non c’era nessun paese. Solo un piazzale sul quale arrivavano le corriere che poi portavano i passeggeri ai paesi più vicini. Non c’era nemmeno lì segno di vita. Nessuna auto. Nessuna persona. Dopo aver fatto qualche passo ed aver verificato che non si vedevano delle case rientrò. Per avere un’idea di dove fosse guardò nelle bacheche delle partenze e degli arrivi. I grandi fogli gialli erano sbiaditi ed accartocciati e non si leggevano né le destinazioni né la stazione di partenza. Si sedette sulle scure panchine della sala d’aspetto fatte a listelli come le panchine dei parchi ma molto più solide e con un legno laccato d’un colore scuro, quasi nero. Anche queste erano incise di frasi. All’improvviso sentì una presenza, si girò e vide sulla panchina dalla parte opposta una persona che sembrava assorta nei suoi pensieri. Non l’aveva vista arrivare. Da dove era entrata? La salutò ma questa sembrava facesse finta di non sentire. Era un uomo sulla cinquantina, calvo e triste. Gli chiese: “Da dove vieni? Dove siamo qui?” Ma questo con lo sguardo sgomento. “ Non lo so! Non voglio parlare!”

Si girò e vide accanto a lui un altro uomo. Si spaventò chiedendosi anche questo da dove fosse entrato.

Era più giovane e ben vestito. Lui si accorse del suo stupore e gli disse. “ Non spaventarti. Deve essere una delle prime volte vero? Non ti ricordi di essere ancora stato in una stazione?”

“Certo che mi ricordo. Ho passato la gioventù nelle stazioni. Questa mi dice qualcosa ma sinceramente non saprei dire quale potrebbe essere.”

“ Questa stazione c’è da tempo, prima era una stazione di cambio dei cavalli, è sempre stato un luogo di sosta e di passaggio.”

Nel frattempo altre persone erano apparse nella sala d’aspetto e il silenzio ormai era stato sostituito da un sottofondo di brusio crescente.

La folla aumentava.. Gente che rideva, gente che piangeva.

“Approfitta di questo momento, cerca di imprimere il più possibile nella tua anima questo momento di sosta e di ricordarti di questo luogo.”

“ Mah ancora non capisco….”

Questo con un sorriso : “ Beh lo capirai molto presto” Nel frattempo la sala era talmente affollata che le persone erano in piedi e quasi non si riusciva più a capire quello che ci si diceva parlando con un tono di voce normale.

All’improvviso tutti, come se guidati da un comando nascosto, si avviarono verso l’uscita, attraversarono il primo binario e si accalcarono sulla banchina. L’eccitazione si sentiva nel contatto dei corpi che tentavano di rimanere in equilibrio e di non cadere sotto la spinta della folla.

Lo sconosciuto fece a tempo solo di dire:

“ Beh forse all’arrivo ci vedremo. Se mi incontrerai, avrai la sensazione di avermi già incontrato prima. Come ora ti accade per questo luogo.”

Poi lo perse di vista.

Nel vocio si sentì un fischio. Arrivò una serie di vecchie littorine collegate tra loro. Di quelle marroni con le fasce rosse, con i fanali che sembravano occhi e con tante porte; ciascuna con la sua maniglia.

La folla entrò disordinatamente nelle carrozze.

Quando tutti furono entrati il treno partì. E tutti avevano incredibilmente trovato posto a sedere. Si era accomodato sui sedili di finta pelle, vicino al finestrino.

Il treno prese sempre più velocità. Lo sferragliare crescente cominciava a superare la confusione a bordo. Passò un ferroviere che offriva un bicchiere di bevanda bianca e che tutti senza discussione bevevano.

Anche lui bevve. Poi a velocità pazzesca il treno entro in una lunga galleria, fischiando. La testa gli girava forse per quella bevanda, forse per la confusione o per la velocità. Senti un senso di oppressione, il respirò venirgli meno e quando pensava di soffocare, una luce.

Poi un acre respiro. Allora lanciò un grido e si mise a piangere.

 

Si sveglio di soprassalto.

 

Sul comodino vicino al letto vide un libro di Seneca. Si ricordò cosa aveva letto:

 

“non bisognava temere la morte. Infatti dopo la morte si ritorna semplicemente nel luogo dove ci si trovava prima di nascere”.